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Il paese è adagiato su un tavolato, fra colline che un tempo furono intensamente coltivate. L'abitato, in contrasto con i dati demografici ed economici che denunciano un graduale declino (il numero degli abitanti si è dimezzato negli ultimi quarant'anni; la disoccupazione raggiunge livelli molto alti), conserva i segni di tempi più floridi: qualche bei palazzotto signorile, strade ordinate, una fontana aggraziata, diverse chiese, alcune delle quali in stato di grave degrado, non prive di pregi architettonici. Di notevole rilievo la chiesa romanica di San Pantaleo, costruita nel Trecento sul ciglio d'una scarpata alta sulla valle sottostante e sottoposta nei secoli successivi a parziali rifacimenti. L'opera di maggior pregio che si trovasse nella chiesa ora semi diroccata, un San Pantaleo che guarisce un paralitico alla presenza dell'imperatore Diocleziano, dipinto nel 1595 dal pittore sardo Andrea Lusso, è ora custodita nella chiesa parrocchiale di San Giuseppe, dove si trova anche un bel pulpito ligneo. Di interesse non ordinario, a breve distanza dal paese, è la Foresta pietrificata di Carrucana, formatasi, come quelle esistenti nei territori vicini, circa 15 milioni d'anni fa, quando le foreste cresciute, in una fase di emersione del territorio dell'isola, su terreni ricchi di silicio, in seguito a fenomeni sismici furono sommerse dal grande lago che allora occupava buona parte dell'Anglona. Gli agenti mineralizzanti dei quali l'acqua era ricca poterono così compiere, nel corso dei millenni, la loro opera di fossilizzazione. Nei dintorni di Martis resta, benché inattivo già da molti decenni, un mulino ad acqua, un tempo azionato da una cascata formata dal Rio Triulintas.







Chiesa San Pantaleo

Costruita probabilmente da maestranze liguri nei primi anni del XIV secolo (il toponimo è documentato dal 1341), in periodo di transizione al gotico, è una delle poche chiese sarde che ricordano modi liguri - lombardi. La fabbrica realizzata in conci calcarei di media pezzatura, presenta tre navate suddivise da otto massicci pilastri cruciformi con vistosi capitelli decorati che realizzano cinque campate ritmate da arcate di arenaria a sesto acuto. Le campate sono di pianta quadrangolare con angoli e lati non regolari; nella prima a destra è inserito il campanile di pianta quadrata con scala interna elicoidale. Tre archi trasversali a pieno centro irrigidiscono la volta a crociera della navata centrale. Il presbiterio rettangolare presenta all'esterno cinque speroni realizzati con il precipuo scopo di contrastare il movimento determinatosi nel tempo per scivolamento degli strati rocciosi.
Presenta una splendida facciata a nord-ovest che evidenzia all'esterno le tre navate grazie a due lesene che inquadrano e perimetrano per tutta l'altezza la navata principale, sulle quali imposta il coronamento triangolare sotto il quale corre una teoria di archetti piatti ogivali trilobati con lobo quasi circolare poggianti su mensole con foglie frastagliate. Sotto si trova un vasto rosone, in cunei trachitici e calcarei alternati in bicromia, con ghiera strombata a tori e gole, e un portale (luce 1,90 metri) con fasci di colonnine di derivazione lombarda, tuttavia nell'insieme la composta facciata ricorda nel grande portale con stipiti a rincassi continuati nell'arco di scarico semicircolare con sagome appiattite e nel soprastante rosone a cunei dicromi una variante dei modi romani. La facciata, la parte inferiore della torre campanaria, gli archi ogivali interni, con poche altre strutture, sono le sole parti salvate dalla distruzione causata dal cedimento del terreno nella retrostante valle. La chiesa, che aveva già subito interventi nei secoli XVI e XIX, ha ottenuto negli anni 1988-99 un imponente intervento di restauro sulla struttura muraria e di consolidamento dell'intera collina.


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