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Distesa
su un pianoro che digrada a nord-ovest, Sorso guarda verso le sue campagne
opulente della piana e verso il lungo tratto di costa che le appartiene,
fonti, l'una e le altre, di una ricchezza che non viene ostentata, così
come non vengono ostentati i segni lasciati da una storia di grande
dignità e il fatto stesso d'essere ormai a pieno titolo città, sia pure
città non grande. Quei segni (qualche antico palazzotto d'aspetto patrizio,
le belle chiese, la targa con l'insegna nobiliare dei Gambella, che
furono i feudatari di Sorso e della Romangia, ed altri ancora) tuttavia
vi sono, benché velati dalla generale aria dimessa. Non vi è più, invece,
poiché fu distrutto nel corso dei moti antifeudali del 1795, il Palazzo
Baronale che fu residenza dei Gambella, prima, e poi degli Amat (fu
don Pietro Amat, barone di Sorso, che nei primi anni del Settecento
consegnò tutto il Capo di sopra della Sardegna all'imperatore d'Austria
che esercitò il suo dominio per nove anni, dal 1708 al 1717).
Vi è, di più, un dato di non poco rilievo: il fatto che Sorso abbia
sempre avuto, e ancora conservi, un legame molto stretto con Sassari,
tanto da assumerne il dialetto: a Sorso si parla il sassarese, a Sennori,
distante, ormai, poche centinaia di metri, il logudorese. Alla condizione
di città è adeguato il decoro del generale impianto urbano, con belle
strade ampie e belle piazze. D'aspetto monumentale la chiesa parrocchiale
di San Pantaleo, che ha linee e grandiosità rinascimentali, con la sua
grande cupola emisferica centrale circondata da alcune altre minori.
Fu eretta intorno al 1838 su progetto di un singolare architetto, il
francescano Antonio Cano (lo stesso che a Sassari manomise la Chiesa
di Santa Maria in Betlem), il quale nei corso degli studi compiuti a
Roma aveva maturato l'aspirazione a riprodurre nelle sue opere le linee
del Pantheon. Non ebbe sempre fortuna: la Chiesa di San Francesco, ad
Oristano, da lui demolita e poi ricostruita, crollò quando sulle sue
strutture fu posata la cupola. Egli stesso morì a Nuoro, forse cadendo
da un ponteggio o forse, come vogliono alcune fonti, nel crollo d'una
delle sue chiese.
Oggetto di
speciale devozione è a Sorso il seicentesco Santuario della Vergine
del "Noli Me Tollere" annesso al Convento dei Cappuccini. Vi
si custodisce, nell'altare maggiore, il simulacro della Vergine trovato
anticamente, secondo la tradizione, da un pastore su un olivo insieme
alla scritta Noli Me Tollere. Nella chiesa si trovano anche alcuni
altari lignei di notevole pregio ed una statua di San Teodoro con alcune
reliquie. Il territorio di Sorso, benché non molto vasto, abbraccia
16 chilometri di belle spiagge (dal limite dello Stagno di Platamona
a Punta Tramontana, al confine con Castelsardo) lungo le quali si distende
una grande pineta. Qui negli ultimi decenni si sono moltiplicati gli
impianti balneari, frequentatissimi, e gli insediamenti turistici. Numerose
le testimonianze di un lunghissimo passato: lungo il mare, in una località
chiamata Santa Filitica, furono trovati i resti di una villa romana
del III - IV secolo a.c. con un vano pavimentato a mosaico. In anni
recenti a breve distanza da Sorso, lungo la strada per Castelsardo,
è stato riportato in luce il Santuario nuragico di Serra
Niedda. La fama di Sorso è in larga misura legata ai suoi vini che
godono di giusta rinomanza e la cui produzione ha grande rilievo economico.
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